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Smart Working

Smart Working e Remote Working, quali le differenze?

Il termine “Smart Working” fa parte del nostro lessico ordinario. E’ uno degli effetti prodotti dalla pandemia, conseguenza della diffusione mondiale del Covid-19. Le restrizioni dettate dalla diffusione del virus, hanno forzato le aziende a far lavorare i dipendenti da casa. Questo uno dei motivi che ha fatto si che si sia creata un’associazione tra Smart Working e Remote Working. I due concetti sono invece profondamente diversi.

L’origine del Remote Working

Il Remote Working, o teleworking, è una parola che esiste dal 1973Fu Jack Nilles, uno scienziato americano, a coniare il termine in occasione del primo grande shock petrolifero della storia. L’aumento del costo del carburante generò una fisiologica riduzione degli spostamenti tramite mezzi propri. Le aziende favorirono le premesse per permettere alle persone di lavorare da casa. Un salto di paradigma per cui, in un ottica di efficienza del mercato del lavoro, non dovevano essere le persone a spostarsi ma i dati.

Il Remote Working in Italia

Il Remote Working, o telelavoro, è regolamentato in Italia dall’accordo interconfederale del 9 giugno 2004 (Filcams CGIL, 2004). Questo è definito come “una forma di organizzazione e/o di svolgimento del lavoro che si avvale delle tecnologie dell’informazione nell’ambito di un contratto o di un rapporto di lavoro”. Poi ancora, “l’attività lavorativa, che potrebbe anche essere svolta nei locali dell’impresa, viene regolarmente svolta al di fuori dei locali della stessa”.

L’origine dello Smart Working

Benché, come già detto, il termine è utilizzato nel Bel Paese solo da poco, l’origine è più longeva. Nel 2014 il Regno Unito, con la Flexible Working Regulation, per la prima volta ha sancito il diritto del lavoratore ad una maggiore flessibilità. In ottica Smart, l’applicazione del lavoro agile era riservata ai dipendenti con un livello di anzianità oltre i 6 mesi.

Lo Smart Working in Italia

La legge n. 81/2017 regolamenta lo Smart Working in Italia, che acquisisce ufficialmente il nome di “lavoro agile”. La legge definisce le “misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”. Questa evidenzia una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi”. Poi ancora, “Senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa”. “La prestazione lavorativa viene eseguita, in parte all’interno di locali aziendali e in parte all’esterno senza una postazione fissa

Cos’è lo Smart Working

Se lo Smart Working è un’evoluzione del Remote Working, è opportuno coglierne le differenze. L’innovazione degli strumenti digitali è un’aspetto connesso all’evoluzione ma non correlato al significato del termine stesso.

L’aspetto fondamentale è che, venuti meno gli obblighi di luogo, di postazione e di orario, il lavoratore opera esclusivamente in funzione del raggiungimento di obiettivi prefissati. Il successo dello Smart Working risiede nella capacità di cambiare ed innovare il pensiero e le azioni di manager e dipendenti, tramite fiducia, responsabilità e cooperazione.

Con lo Smart Working le aziende guadagnano un’efficienza ed una produttività maggiore. I lavoratori, d’altro canto, possono gestirsi le proprie risorse come desiderano. Ciò porta ad un lavoro più mirato, meritocratico ed efficiente. Per questo lo Smart Working è stato da molti adottato come soluzione ideale e verrà, di conseguenza, prolungato anche dopo la pandemia.

P.S. Vi state chiedendo cosa accomuna quindi il telelavoro e lo smart working? La libertà di poter lavorare con dispositivi connessi a Internet e, volendo, in pigiama. Ammesso che non siano previsti meeting online!

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